Questa concezione è venuta a me quindici mesi fa, all’occasione di un viaggio con degli amici in Australia (infatti, era un peleginaggio, ma questo potrebbe essere successo in qualunque viaggio). È apparita più soggetiva e anche meno immobile, costante, dell’idea convenzionale del bordo delle amministrazioni.
Avevo già fatto da Parigi una tappa nell’aeroporto di Hong Kong, e non avevo visto altra frontiera che quella dei controlli e di tante cose amministrativi come in tutti i paesi liberi. Una frontiera diversa è venuta verso me in aereo con la scheda signalettica che occoreva riempire, e delle domande sulle mie convizioni criminali o sui miei ipotetici viaggi nel Medio Oriente. Questa concezione di frontiera mobile e di precauzione era anche nell’aeroporto di Sydney, ovviamente, all’occasione dei controlli detti “identici” per tutti i viaggiatori. Mentre eravamo trenta pellegrini, con i nostri affari distintivi e parlando per alcuni un Inglese degno di Yasser Arafat, l’unico controllo fatto dagli impiegati dell’aeroporto era riservato a una famiglia di musulmani, persone e bagagli, un uomo con una barba di tre giorni e una donna con un velo leggero che parlavano un Inglese “all right”.
La nuova frontiera mi sembrava reattiva, convenzionale non come mezzo di negoziati ma come il modello, in communità, di protezione più usato frente all’altro, per vederlo prima che venga a se e verificare le proprie pretese sul suo aspetto.
Poi, questa concezione era più o meno dimenticata con le famiglie di Australiani che ci accoglievano vicino a Melbourne, forse perché venivano anche loro in maggior parte da India, da Corea o da Madagascar, come negli incontri tra pellegrini così perduti come noi. Ma il confine è rivenuto senza farsi sentire a Sydney, la città tentacolare e in disordine.
Mentre passeggiavo con tre amici nelle strade del centro della città, intorno all’Opera House, io avevo riconosciuto un gruppo di Cambodgiani che dormivano nella stessa scuola di noi. Pur discutendo con un uomo che parlava Inglese tra loro, la frontiera mobile di reazione è venuta con la giustificazione alla seconda volta che mi domandava la mia origine : “Perché voi, gli Europei, vi somigliate tutti.” Questo confine culturale, stupendo di spontaneità dopo secoli di contatti squilibrati e sulla forma dell’etnocentrismo più innocente, era rivoltante per qualunque benpensatore ma ovvio : era l’immagine, con interpretazioni interiorizzate, che gli davo come se io venissi sul suo territorio, mentale piuttosto che fisico in questa conversazione lontano dai nostri paesi rispettivi. Lui reaggiva come qualunque guardia che avrebbe precisato chi è lo straniero e chi è degno dei diritti civili su questo territorio.
Altre frontiere erano venute ai miei amici e a noi, essendo interpellati da stranieri o persone che non sopportavano di vederci per migliaia e migliaia con lo stesso zaino rosso e giallo, con più o meno rispetto nei termi. Tuttavia un amico mi ha mostrato, e gli do tutta la mia fiducia, che è possibile incontrare tante frontiere e passare il suo cammino come se non esistessero. Mentre lui non poteva fare due frasi coerenti in Inglese, ci aveva perduti di vista per qualche seconda, e si era ritrovato solo alle dieci e mezzo della sera con un millone di pellegrini e passanti. Eppure, ha trovato il suo cammino senza essere interrogato come sospetto, prendendo l’ultimo metrò e tornando alla scuola prima di noi. Infatti, mi ha mostrato che è ancora possibile, quando nessun guardia di domanda i tuoi documenti prima di sparare su te, oltrepassare le frontiere quasi senza accorgersene.
Guillaume Silhol
Avevo già fatto da Parigi una tappa nell’aeroporto di Hong Kong, e non avevo visto altra frontiera che quella dei controlli e di tante cose amministrativi come in tutti i paesi liberi. Una frontiera diversa è venuta verso me in aereo con la scheda signalettica che occoreva riempire, e delle domande sulle mie convizioni criminali o sui miei ipotetici viaggi nel Medio Oriente. Questa concezione di frontiera mobile e di precauzione era anche nell’aeroporto di Sydney, ovviamente, all’occasione dei controlli detti “identici” per tutti i viaggiatori. Mentre eravamo trenta pellegrini, con i nostri affari distintivi e parlando per alcuni un Inglese degno di Yasser Arafat, l’unico controllo fatto dagli impiegati dell’aeroporto era riservato a una famiglia di musulmani, persone e bagagli, un uomo con una barba di tre giorni e una donna con un velo leggero che parlavano un Inglese “all right”.
La nuova frontiera mi sembrava reattiva, convenzionale non come mezzo di negoziati ma come il modello, in communità, di protezione più usato frente all’altro, per vederlo prima che venga a se e verificare le proprie pretese sul suo aspetto.
Poi, questa concezione era più o meno dimenticata con le famiglie di Australiani che ci accoglievano vicino a Melbourne, forse perché venivano anche loro in maggior parte da India, da Corea o da Madagascar, come negli incontri tra pellegrini così perduti come noi. Ma il confine è rivenuto senza farsi sentire a Sydney, la città tentacolare e in disordine.
Mentre passeggiavo con tre amici nelle strade del centro della città, intorno all’Opera House, io avevo riconosciuto un gruppo di Cambodgiani che dormivano nella stessa scuola di noi. Pur discutendo con un uomo che parlava Inglese tra loro, la frontiera mobile di reazione è venuta con la giustificazione alla seconda volta che mi domandava la mia origine : “Perché voi, gli Europei, vi somigliate tutti.” Questo confine culturale, stupendo di spontaneità dopo secoli di contatti squilibrati e sulla forma dell’etnocentrismo più innocente, era rivoltante per qualunque benpensatore ma ovvio : era l’immagine, con interpretazioni interiorizzate, che gli davo come se io venissi sul suo territorio, mentale piuttosto che fisico in questa conversazione lontano dai nostri paesi rispettivi. Lui reaggiva come qualunque guardia che avrebbe precisato chi è lo straniero e chi è degno dei diritti civili su questo territorio.
Altre frontiere erano venute ai miei amici e a noi, essendo interpellati da stranieri o persone che non sopportavano di vederci per migliaia e migliaia con lo stesso zaino rosso e giallo, con più o meno rispetto nei termi. Tuttavia un amico mi ha mostrato, e gli do tutta la mia fiducia, che è possibile incontrare tante frontiere e passare il suo cammino come se non esistessero. Mentre lui non poteva fare due frasi coerenti in Inglese, ci aveva perduti di vista per qualche seconda, e si era ritrovato solo alle dieci e mezzo della sera con un millone di pellegrini e passanti. Eppure, ha trovato il suo cammino senza essere interrogato come sospetto, prendendo l’ultimo metrò e tornando alla scuola prima di noi. Infatti, mi ha mostrato che è ancora possibile, quando nessun guardia di domanda i tuoi documenti prima di sparare su te, oltrepassare le frontiere quasi senza accorgersene.
Guillaume Silhol
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